Prendersi cura della relazione con il counseling organizzativo


Prendersi cura della relazione con il Counseling Organizzativo

Nadia Monticelli e Monica Maria Cavallo, counselor e fondatrici di Manage your life, raccontano in un’intervista in che modo, il Counseling Organizzativo, può aiutare le organizzazioni a gestire i cambiamenti.

Le mutate condizioni di lavoro hanno reso gli interventi di counseling organizzativo sempre più richiesti. Tali percorsi si inseriscono in un quadro di sviluppo che coniuga necessità produttive e benessere individuale, obiettivi apparentemente lontani, ma che sono facce della stessa medaglia.

Le richieste emerse negli ultimi anni sono diversificate. “Spesso”, racconta Monica.M. Cavallo, Counselor Assocounseling, livello Supervisor Counselor e Trainer Counselor, formatrice, facilitatore di costellazioni familiari sistemiche e e co-fondatrice di Manage your life, “si incontrano situazioni in cui è venuta a mancare, o si è fortemente modificata, la possibilità di integrare obiettivi personali o aziendali; in queste condizioni, continua la formatrice:

 

“le aspirazioni del singolo non trovano spazio di espressione in azienda; per contro, l’azienda non può contare su collaboratori allineati ed efficaci.”
Si tratta di importanti fasi di cambiamento – spostamenti di ruolo, passaggi a un nuovo gruppo di lavoro, rientri dalla maternità o dalla cassa integrazione, ecc. – che vanno a modificare le condizioni esistenti e gli obiettivi, creando un ambiente di lavoro al cui interno emergono vissuti emotivi personali che generano reazioni difensive, le quali disturbano o rallentano i processi aziendali. In questi casi è fondamentale innanzitutto prestare ascolto alle situazioni di malessere. Esserne consapevoli è il primo passo per porvi rimedio.

Il counseling è considerato un intervento breve, circoscritto a un problema specifico. “Il counselor”, spiega Nadia Monticelli, Counselor Assocounseling, livello Supervisor Counselor e Trainer Counselor. Direttore e Co-fondatrice di Manage your life, “ha il compito di facilitare il processo di presa di coscienza del problema e delle possibili azioni per risolverlo; oggi sono numerosi anche gli interventi volti a sviluppare aree di miglioramento che i singoli, all’interno dell’organizzazione, vogliono portare avanti.” Il counselor lavora sempre sulla relazione e, in particolare, nel counseling organizzativo, rivolge l’attenzione alle dinamiche di gruppo: “Operiamo confrontandoci con altri operatori presenti in azienda, potenziando la qualità delle relazioni. Facilitiamo lo sviluppo di un buon clima interno e rileviamo difficoltà di varia natura, come le criticità relazionali che nel quotidiano professionale sono da ostacolo al business; inoltre agevoliamo l’esplorazione di aree di miglioramento personali e gruppali”.

 

Rispetto al counseling individuale, il counseling organizzativo tiene conto di una committenza che non corrisponde al cliente finale della prestazione. “Nel counseling organizzativo è l’azienda che richiede l’intervento, creando una rete di relazioni in cui si inscrive l’intervento stesso; ciò richiede una gestione complessiva più articolata e porta a concepire il counseling come attività di supporto allo sviluppo globale dell’individuo e a un miglioramento dell’organizzazione stessa.”

L’obiettivo del counseling è dunque di aiutare le persone ad aiutarsi, attraverso un processo definito di auto-esplorazione, auto-comprensione e azione. Il counselor non si sostituisce all’individuo nella soluzione del problema, bensì lo porta a un maggiore livello di consapevolezza dei vissuti, degli schemi comportamentali e di pensiero che attiva, stimolando la ricerca di altre vie per ampliare la visione del mondo e di sé.

Scarica qui l’intervista completa.

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